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il mondo di percival everett negli occhi del piccolo ralph


Diario


7 ottobre 2007

Glifo sul Corriere

Non è facile trovarsi ancora in fasce e sapere leggere e non è facile a quattro anni scrivere il primo romanzo, ma per Ralph, protagonista e autore, nella finzione, di Glifo, è un gioco da adulti sconcertante per il lettore. Che le pagine di Ralph siano poi dell’americano Percival Everett, classe 1956, autore di quattordici romanzi e da quest’anno pubblicato anche in Italia (tradotto da Marco Rossari), è un’altra storia: Ralph, bambino prodigio con un quoziente intellettivo stratosferico di 475 punti, è uno di quei narratori che assediano le vicende con deviazioni, poesie, note a pie’ di pagina, teoremi, citazioni nascoste e mise-en-abyme. Una di quelle voci narranti, insomma, che fa di tutto per perdere di vista la storia rallentandola o arricchendola, a seconda dei punti di vista, con continui interventi esterni che riflettono sulla vicenda in corso. E l’avventura di Ralph è quella di un neonato che per le sue capacità incredibili diventa oggetto del desiderio del mondo degli adulti e vittima di un vortice di rapimenti. Figlio dell’amata pittrice Eve e di un padre studioso “poststrutturalista fallito” che chiama Cicciobombo, il protagonista viene prelevato dall’isterica psicologa Steimmel che se lo vede rubare dal governo americano per cui diventa un agente segreto da infiltrare nelle centrali nucleari sotto le cure di Madame Nanna, una finta mamma pagata dal governo, e dal colonnello Bill “che faceva flessioni, addominali e saluti militari sempre in uniforme. Correva per tre miglia e poi faceva sei vasche a nuoto sempre in uniforme”. Personaggi surreali, contro cui l’unica arma di difesa del piccolo, che si rifiuta di parlare, è la scrittura: una materia che anima molte digressioni all’ombra delle teorie sui giochi linguistici di Ludwig Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche – una parte certo ostica, ma ben giustificata – e che prende in giro mostri sacri del pensiero critico, da una finta lettera di Jacques Derrida, a Roland Barthes, amico di famiglia dei genitori di Ralph, e personaggio irresistibile. La tessitura drammatica del libro di Everett è nelle corde di chi ama alcuni postmoderni – è più fruibile di Thomas Pynchon e meno maestoso ed estenuante di Dave Foster Wallace – e affascina proprio per le sue diverse velocità: se letta di seguito i frequenti stacchi alienano il lettore in riflessioni degne di un’ironica saggistica, se letta trasversalmente, seguendo la linea narrativa, rimane una vicenda vorticosa e unica nelle sue premesse. A ragione allora Ralph afferma: “Se mi è concesso, io dico che sono un sistema di lettura completo”, ma costruito sui ritmi musicali di un ottimo pezzo di jazz.
 
Alessandro Beretta, Corriere della Sera, 16 settembre 2007




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7 ottobre 2007

Ralph e Roland

Attribuire un’intelligenza superiore o doti straordinarie a creature dalle quali non ce le aspetteremmo, come animali o bambini (Esopo e La Fontaine, Francis il mulo parlante, il ragazzino che canta con voce di basso in un film con Sordi), è un gioco antico dagli effetti un po’ facili, che si esauriscono presto; perché duri ci vuole un forte motivo di fondo. O forse no, può anche darsi che una serie di trovate e trovatine riescano a tenerlo in piedi fino a quando il suo inventore non se ne stanchi per primo. Raccontando in prima persona la vicenda del piccolo Ralph, Percival Everett – professore di letteratura in California e ranchero, musicista jazz, pittore e pescatore con la mosca, nonché a suo tempo laureato in filosofia e in biochimica – ha voluto soprattutto divertire i lettori e se stesso con una miriade di allusioni erudite: e in certa misura ci riesce, almeno per chi ha la pazienza di seguirlo fino in fondo. Per costoro Glifo (in origine scritto a mano in soli tre mesi, di notte, su tanti quaderni una pagina dei quali è riprodotta in copertina) è diventato, pare, quello che oggi si dice un culto. Per altri, di cui questo recensore temo faccia parte, un certo calo di interesse si manifesta invece via via che la vicenda si fa più strampalata e che il girotondo delle citazioni si rivela per tale, ossia, appunto, per un percorso senza punto di arrivo. Dunque Ralph, che come apprenderemo solo a un certo punto è, al pari del suo creatore, un afroamericano, nasce da una coppia di intellettuali un po’ frustrati, lui docente di letteratura molto succube dello strutturalismo – l’ironico sottotitolo del capitolo di esordio è “saggio decostruzionista”, con l’aggettivo cancellato – lei pittrice con scarsa fiducia in se stessa. A dieci mesi Ralph, che ha delle orecchie molto grandi, è in grado se non di parlare (continuerà a tacere anche in seguito, ma sarà una sua scelta), di capire tutto quello che i genitori si dicono, e anche di analizzare le loro personalità. Vuol bene a entrambi, ma disprezza un po’ il padre e i suoi velleitarismi, compreso il flirt con una studentessa alla quale il piccino viene talvolta esibito. Ben presto Ralph è anche in grado di leggere, e sua madre gli passa tutti i numerosissimi libri che ci sono in casa; donde, mescolate al racconto che il sapiente marmocchio fa su quanto gli succede, sue osservazioni letterarie di ogni genere, mettiamo sulla superiorità, in fondo, del modesto Senofonte sul tronfio Tucidide; definizioni epigrammatiche; informazioni tolte da studi molto specialistici (una delle prime note rimanda a un articolo sui cromosomi apparso sull’American Journal of Human Genetics); persino formule matematiche a sintesi di qualche affermazione. Ben presto, anche, Ralph è in grado di scrivere, e ogni tanto lo fa per esprimere giudizi di sorprendente acume, oppure per comporre brevi e inquietanti poesie. I genitori hanno bisogno di raccapezzarsi prima di rendersi conto dell’eccezionalità del piccino. Questa zona culmina con lo spassoso rendiconto di una cena in cui la coppia riesce ad avere a tavola, approfittando di una visita di costui al locale ateneo, nientemeno che il mito Roland Barthes, i cui sproloqui Ralph riferisce fedelmente e chiosa, mentre il padrone di casa tenta invano di sottoporre al suo idolo un proprio articolo sperando in una sua approvazione. A un certo punto però il bambino viene portato da una psicologa allo scopo di farlo esaminare, ed è qui che la vicenda vera e propria decolla. Perché questa psicologa, una pazza violenta e anche lesbica, rapisce Ralph e fugge con lui allo scopo di studiarlo da vicino e in qualche modo di impossessarsi di lui. Siccome la donna è astuta e priva di scrupoli, nonché abile nel nascondersi con la sua preda, e siccome Ralph benché sempre intelligentissimo non è in grado di farsi valere (minuscolo com’è, non può quasi nemmeno camminare), la situazione fatalmente ristagna; e per tenerla in vita l’autore è costretto a moltiplicare i suoi funambolismi eruditi, fino a far deflagrare il tutto in un finale paradossal-comico-demenziale alla fratelli Coen d’una volta.

Masolino D'Amico, "Tuttolibri", La Stampa, 15 settembre 2007




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21 settembre 2007

Da dove arriva il Supernumero?

Per risalire al concetto di “supernumero” dobbiamo rifarci alle conoscenze dei Maya in campo matematico e astronomico. In quell’antica civiltà le due discipline andavano di pari passo: i calcoli matematici erano necessari per misurare con precisione il tempo e per fissare il calendario delle attività agricole e dei rituali religiosi, mentre gli astronomi calcolavano con precisione il movimento di alcuni astri e la ricorrenza delle eclissi. Da qui l’origine del supernumero (1.366.560), che equivale precisamente al numero di giorni che compone l’era attuale, ed è particolarmente significativo perché collega un’intera serie di cicli. Il loro calendario era composto da diversi cicli cronologici connessi tra loro. I principali erano quello solare o “anno vago” di 365 giorni detto Haab e quello divinatorio di 260 giorni detto Tzolkin.

Questo supernumero ricavato dallo studio del Codice di Dresda è molto vicino ad un altro numero significativo (1.366.040) che equivale al numero di giorni relativo al ciclo delle macchie solari studiato da Cotterell e che differisce esattamente di 520 giorni – per i Maya due cicli Tzolkin.

In effetti, i Maya, osservavano il pianeta Venere allo scopo di tenere sotto controllo i cicli delle macchie solari poiché dopo venti cicli era stata prevista l’inversione del campo magnetico, come effettivamente accadde.

All’inizio, le date, anche se decifrate, non erano collegabili al nostro calendario. Gli studi dell’americano Goodman portarono ad individuare, nel 1905, questo collegamento. La fine dell’ultimo “ciclo grande” e l’inizio di quello attuale corrispondono alla data del 13 agosto del 3114 a.C. Poiché un ciclo grande dura 1.872.000 giorni (13 Baktun), la fine dell’era attuale cadrà il 22 dicembre del 2012.

L’importante è saperlo… anche se il sospetto è che in quel giorno probabilmente finirà la vita in un piccolo villaggio del Centro America!


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6 settembre 2007

Sull'Indice

Un Roland Barthes volgare ed eteroses­suale attraversa le vicende narrate in Glifo, ne è personaggio e spesso controcan­to. L’inverosimiglianza della figura, e lo stri­dore fra questa e la sua funzione nel testo, restano, più di altri elementi, dei nodi di ambi­guità che, sciolti in un verso o in un altro, po­trebbero far decidere sulla vacuità, o invece ori­ginalità, del testo.

Un neonato, Ralph, che appena gattona è in grado di leggere e di scrivere, è, quasi sempre, la voce narrante, cui talvolta si alterna un io che suggerisce l’identificazione con l’autore del li­bro, secondo ritmi e ragioni non immediata­mente decifrabili. Il bimbo comunica con gli adulti che lo circondano attraverso bigliettini, che scrive con difficoltà dovute al proprio cor­po, che ancora non ha sviluppato i muscoli e le forme necessarie. Capisce perfettamente il lin­guaggio degli adulti, però non parla, se non ai lettori. Questa è la prima invenzione del libro, quella che più netta emerge in un affollarsi di al­tri elementi, pur ricordando talvolta (immagi­niamo non intenzionalmente) certe scene di Sen­ti chi parla, del 1989, serie di film con John Tra­volta, dove anche troviamo bebè senzienti. La prima persona alla quale Ralph si manife­sta nelle sue capacità straordinarie è la madre, che, seppur brevemente sconcertata, ne è subito fiera: “E così mia madre è diventata il mio pu­sher”, fornitrice, cioè, di libri che il bambino di­vora a ritmo sempre più veloce. “Mio padre era un post-strutturalista”, racconta, un professore universitario dalle grandi e frustrate ambizioni, disprezzato dal figlio per la sua mediocrità; dalla sua biblioteca la madre rifornisce il figlio, orientandone l’attitudine interpretativa. Il testo è fornito di una trama che cerca di condurre alla fine della lettura: il pupo viene portato da uno psicologo, “dobbiamo farlo vedere da un dotto­re”; da questi, che è una cattivissima dottoressa, viene subito rapito e portato in un piccolo vil­laggio abitato da scienziati che vogliono operare in segretezza; qui un’altra dottoressa, ancora cattiva, lo rapisce nuovamente, per subito per­derlo a favore di altri cattivi, questa volta di una branca non ufficiale del ministero della Difesa, poi da una coppia di buoni ma stupidi immigra­ti messicani; a questi viene sottratto da un prete pedofilo e infine, in una grande colluttazione riassuntiva, è recuperato dalla madre che si è or­mai separata dal marito mediocre; così il tutto finisce con un idillio madre-figlio, protetti dalla segretezza sull’eccezionalità del figlio: “Voglio bene a mia madre e anche lei me ne vuole”.

Farciscono il libro, oltre al Barthes reinventato, come filtrato da un’opaca fruizione dell’Europa da parte dell’America più autoreferenziale, dialo­ghi tra filosofi del linguaggio variamente assortiti, lunghe dissertazioni metaletterarie, poesie, sche­mi grafici di teorici della lingua, note di natura diversa ma soprattutto usate nella funzione di glos­sa al testo. Il contrasto fra gli accadimenti, che si mantengono a livello di immagini-quadro, distil­late dal repertorio più frusto delle fiction televisi­ve, e l’affabulazione iper-tecnicista, frammentata e ricomposta, alterata e piegata, direttamente precipitata sulle pagine dalle ricerche linguistiche strutturaliste e poststrutturaliste, sembra essere, vorticando attorno all’innocente-sapiente, il luo­go dove l’autore intende portare il lettore.

Federica Novaro, “Il personaggio Barthes”, L’Indice dei libri del mese, anno XXIV, n. 9, settembre 2007




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28 agosto 2007

Everett su Stilos

Percival Everett è un autore di culto in America. Vincitore di decine di premi letterari, 14 romanzi e numerosi tra rac­conti e poesie, in Italia è approdato solo pochi mesi fa con Cancellazione, pubblicato da Instar libri, e ora raddoppia con questo Glifo, tra­dotto brillantemente da Marco Rossari che riesce a rendere la lingua ricercata e i giochi sofisticati di rimandi e riferimenti con cui l’autore sfida il suo lettore. Di Everett si dice che sia eccentrico, molto colto, geniale: non si fatica a crederlo leggendo i suoi libri infarciti di citazioni, dialoghi improbabili tra filosofi e scrittori, riflessioni sul linguaggio e sui massi­mi sistemi, un armamentario meta-letterario che contraddistingue la sua opera e la rende sicuramente originale, ma che a volte penalizza la resa narrativa delle sue storie. Ma probabilmente non è questo che gl’interessa. Glifo racconta la storia – scritta in prima persona – di un bambino dotato di un’intelligenza straordinaria che si trova al centro di una girandola di rapimenti, contro-ra­pimenti, piani segreti, e soprattutto in mezzo a un gruppo di adulti incapaci di relazionarsi con lui, a iniziare dal padre («un post-strutturalista fallito»), perso nei suoi sogni di gloria e nella sua adorazione per Barthes, che tra l’altro è uno dei personaggi della vicenda.

Il libro ha le sue pecche: a cominciare dal fatto che si tratta dell’ennesima variazione sul te­ma del genio autistico prodotta dalla narrativa americana contemporanea, già affollata dai vari Molto forte, incredibilmente vicino (Sa­fran Föer) e Teoria e pratica di ogni cosa (Pessl), passando per lo pseudo-autismo narra­tivo di Foster Wallace, che – più ancora che «geni autistici» – mette in scena una scrittura che è di per sé una simulazione della genialità disturbata: ossessionata dai dettagli (al limite del compulsivo), dalla ricerca del «lampo di genio che si fa rivelazione», dalla volontà di farsi esplorazione panottica del mondo.

La particolarità del romanzo di Everett è proprio che il genio in questione è un enfant prodige con un Q.I. di 475, che a dieci mesi di età non parla (ma per sua scelta) e trascorre tutto il suo tempo nella culla a leggere i libri che la madre provvidenzialmente gli passa: madre, guarda­ caso, aliena da letture pop e ben attrezzata con i testi-feticcio dell’intellighenzia americana postmoderna: «la Bibbia, il Corano, tutto Swift, tutto Sterne, Joyce, Balzac, Auden, Theodore Roethke, la teoria dei giochi e quella dell’evoluzione, la genetica e la dinamica dei fluidi». Insomma: il protagonista è già metafora del narratore, intellettuale cresciuto nell’atmosfera dell’America post-pynchoniana, scrittore di quella generazione che si è rifugiata nei libri e nelle scuole di scrittura perché il mondo, fuori, era brutto e cattivo, ma soprattutto volgare e imbarbarito (secondo loro). La struttura del romanzo poi, se da un lato è originale e rivela la gran competenza tecnica di Everett e la sua attenzione agli aspetti formali della narrazione, dall’altro con le ripetizioni di uno schema sempre uguale, con tutti i capitoli gestiti e sviluppati seguendo suddivisioni ben precise, assume connotati claustrofobici eccessivamente artificiali che rinchiudono la storia in una sorta di soffocante gabbia stilistica.

Infine, in un ambiente narrativo dove le catarsi sono derivate da casualità di stampo (ancora una volta) pynchoniano, il contenuto emozionale del testo sta quasi tutto in questa implicita critica dell’universo mondo, l’ennesimo sfogo contro il senso d’impotenza che si respira, e i pericoli in cui ci si può imbattere, nello scenario di un’America trasformata in campo da gioco dei poteri più forti e barbarici: dal potere scientifico (impersonato dalla dottoressa Davies), fino alla long manus occulta del governo (l’agente segreto Nanna). Tutti vogliono impadronirsi del miracolo e proprio di fronte all’essere più indifeso, un neonato, mostrano il loro volto più turpe.

E Ralph è solo un bambino, anche se scrive poesie sofisticatissime e legge di tutto (del re­sto non è nemmeno un vero genio perché, co­me sostiene lui stesso, non è in grado di guida­re) e l’unica cosa di cui ha bisogno è la sua mamma e un ambiente tranquillo in cui cresce­re. Dunque Everett con i suoi discorsi sul linguag­gio, le sue teorie filosofiche, gli sberleffi alla cultura accademica, alla scienza priva di uma­nità e al governo degli Stati Uniti, non fa altro che sostenere che dopo tutto l’unica cosa che vince sull’intelletto è l’amore e che ciò che smaschera l’idiozia dell’ostentazione intellet­tuale è solo l’ironia. Proprio l’ironia con cui Ralph/Everett mena fendenti all’establishment culturale, declinata attraverso trovate argute e taglienti, riflessioni semiserie su significanti e significati, acide sferzate al senso comune unitamente a una scrittura veloce, che incalza e corrompe – salva il romanzo, che troppo spesso appare eccessivamente tronfio e piaciuto, rivelando anche un’umanità profonda e dolente a cui i protagonisti cercano di non soccombere

Seia Montanelli, Stilos, anno IX, n. 16, 28 agosto 2007




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18 luglio 2007

Pharmakon

Il pharmakon per antonomasia è la cicuta: per tutti gli ateniesi è un veleno, ma non per Socrate che la beve con avidità, perché quando la pozione entra in azione, il veleno nel corpo diviene vero rimedio per l’anima che si libera della sua tomba. Socrate è sciolto dalle catene. Pharmakon non può essere definitivamente né rimedio né veleno, perché è entrambi: allora il dentro e il fuori si mischiano; agli Ateniesi non resta che neutralizzare farmaco per farmaco perché ci sarà sempre un Odisseo che costruirà un cavallo di legno in cui infilarsi per approdare di là delle mura e, una volta inoculato all’interno del corpo della polis, seminare la morte. Il cavallo di legno fu la prima siringa e la presa di Ilio la prima iniezione del pharmakon, nella storia dell’Occidente.

Derrida riflette sulla parola “pharmakon”, facendola apparire una polisemia regolata che gli permette per distorsione, indeterminazione e sovradeterminazione, ma senza controsenso, di tradurre la stessa parola con “rimedio”, “veleno”, “droga”, “filtro”. Questo termine costituisce perciò un esempio di pratica di raschiamento del significato e di fluidificazione dei contrari che avviene nell’ambito della scrittura, con la creazione di una trama infinita di rapporti, in cui ogni termine dà origine a una catena di significati opposti che esplodono l’uno nell’altro (ad esempio: veleno/cura, vita/morte, bene/male, padre/figlio, essere/divenire, apparenza/realtà, natura/spirito, corpo/anima, materia/forma, bello/brutto, serio/scherzoso, giorno/notte, ecc…).


11 luglio 2007

Glifo sul pendolo

Sul sottile confine tra il saggio, il romanzo e l’esercizio di stile, Glifo di Percival Everett gioca con il lettore, con la sua attenzione e la sua sensibilità culturale. Un libro non libro. Con straordinaria capacità l’autore mette insieme tanti stili, tante idee, a volte bizzarre, altre assolutamente stupefacenti, in un unico testo complesso. Sì, Glifo è complesso, anzi è un “complesso narrativo” di satira verso il governo U.S.A., un j’accuse contro i genitori di figli con quoziente intellettivo superiore e un occhio di bue puntato sulla totale mancanza di umanità della scienza e dei suoi rappresentanti.
Il protagonista, Ralph, è un bambino di nemmeno un anno che non parla (e nemmeno ne avrà l’intenzione per il suo futuro) ma che, dopo essersi rivelato ai genitori nella sua straordinaria intelligenza, scrive versi romantico-anatomici, legge trattatati di filosofia e si consuma gli occhi sui romanzi.

Attorno a lui, tutto il circo della piccola mediocrità umana: il padre colpito da senso di inferiorità, i medici che vogliono “aprire quella piccola testa” per capire cosa c’è dentro, il governo fatto di mostrine e occhiali scuri che vuole trarre profitto dall’insospettabile spia che un bambino potrebbe essere. In tutto questo grande show si fanno avanti le discettazioni del piccolo Ralph, più volte rapito dagli uomini e dai suoi pensieri su di essi.
Un testo non facile, che gioca con le parole e i concetti filosofici più alti, mettendo alla prova il lettore per insegnare qualcosa che va oltre la complessità della scrittura, oltre le citazioni colte, le poesie, l’arte, i romanzi che permeano le pagine. Un testo che vuole insegnare, che l’unica cosa che vince sull’intelletto e sulla sua ostentazione è l’amore, quell’amore che Percival Everett fa filtrare da ogni poro di queste pagine assolutamente divertenti e dottissime.

Alex Pietrogiacomi, il pendolo




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5 luglio 2007

Il segno di Barhes, tra arbitrio e naturalità

"Come definirebbe il segno?". "Ai miei allievi dell’École Pratique des Hautes Ètudes, a cui insegno una disciplina dal titolo un po’ lungo e complicato, Sociologia dei segni, simboli e rappresentazioni, dico spesso che è una piega nella coperta della socialità, subito affrettandomi a precisare che in Francia la maggioranza sociale definisce il proprio comportamento 'naturale'. Il segno è allora ciò che avvertiamo come arbitrario nella naturalità".


da Guido Davico Bonino, Alfabeto Einaudi, Garzanti 2003.


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3 luglio 2007

De Cataldo su Glifo

postmoderno, colto, ricco di humor.

"Ttl", La Stampa, 23 giugno, pag. XI




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28 giugno 2007

Différance

Différance è il termine centrale e fondamentale nel lavoro di decostruzione in quanto permette a Derrida di situarsi al limite del discorso filosofico proprio dell’Occidente, il logocentrismo, e di decostruirlo. In francese Derrida scrive la parola con la “a” anziché con la “e” per marcare l’alterità tra parola scritta e parola orale, infatti différance si pronuncia come “différence” senza alcuna variazione acustica significativa. Con questa violenza grafica Derrida vuole segnare uno scarto dal fonologocentrismo, cioè dal privilegio del Logos nel sistema concettuale dell’Occidente, scarto che non si presenta in forma di opposizione su coppie concettuali opposte ma come alterità eccentrica non riconducibile al principio d’identità.

L’indecidibile è la logica stessa del decostruzionismo, che attraverso questa forma si richiama a forme di discorso non dichiarativo ma evocativo quali l’invocazione, l’invito, il ringraziamento, il perdono e la preghiera.
Il pensiero derridiano della differanza ha la sua fonte in Nietzsche, Freud, Husserl e Heidegger, autori verso i quali Derrida assume una posizione critica in quanto essi permangono, pur criticandolo, dentro il sistema della metafisica.

Ralph sa tutte queste cose...


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27 giugno 2007

Ralph a Roma, il reading




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13 giugno 2007

Glifo sul Giornale

È un tipo strano. Non dorme. Non parla. Più che camminare, sgambetta, per non perdere l’equilibrio. Non fa che leggere e comunica, quando non ne può fare a meno, tramite dei biglietti. Vuol bene alla mamma («Mammina»), certo, ma molto meno al papà («Cicciobombo»), soprattutto da quando ha scoperto che se l’intende con una specializzanda dell’università dove il signor Townsend insegna non si sa bene che cosa (però glissa su un ammiratore della signora e dei suoi quadri). Quando ha difficoltà a defecare, risolve il problema semplicemente pensando a Lacan. Ha un quoziente intellettivo pressoché inimmaginabile: 475. È nero.

Ma soprattutto è un poppante prodigio (anzi, lo era, perché il suo libro - vogliamo chiamarlo romanzo di formazione? - lo scrive intorno ai quattro anni). Il piccolo Ralph narra se stesso, la propria normalissima mostruosità. «Volevo, voglio ancora e spero di continuare a volere che il mio cervello rallenti un poco. Non posso nemmeno dire di essere intelligente, ma solo che il mio cervello è costantemente iperattivo». La sua testolina spazia dalla filosofia del linguaggio all’epistemologia, da Husserl a Saussure, da Wittgenstein alle circonvoluzioni della memoria proustiana. «È l’anello mancante tra la fase immaginaria e quella simbolica», esulta la psicologa che vuol mettere le mani su quel pezzo pregiato. E il saggio Ralph, a posteriori, ci ammonisce: «Dite alle vostre idee di non accettare caramelle dagli sconosciuti. Non permettete alle vostre idee di giocare in mezzo alla strada. Non date alle vostre idee giocattoli con pezzi troppo piccoli: potrebbero infilarseli in bocca e soffocare».
Come ha ragione! Se impareremo a ragionare con la nostra testa, almeno sapremo a chi dare un bel pezzo di colpa, quando le cose non andranno per il verso giusto. «Le giraffe hanno il collo lungo e le tartarughe hanno il carapace, ma gli esseri umani hanno l’avarizia e la vanità e la religione. La morte avviene per queste precise ragioni».
Caro, piccolo Ralph che ci osservi dall’interno del tuo libro che è un po’ significato e un po’ significante, abbi pietà di noi adulti. Abbi pietà anche del signor Percival Everett che è il tuo dottor Watson, il tuo Vasari, il Narratore della tua Recherche, sintetizzata magistralmente in Glifo (Nutrimenti, pagg. 222, euro 15, traduzione - ottima - di Marco Rossari), opera prima e unica di un genio in pannolini. I grandi non ti capiscono, ti trattano come un fenomeno da baraccone. Tutti tranne la mamma (la mamma è sempre la mamma, anche per te...). Ti rapiscono e ti portano in posti strani, qualcuno vuole addirittura trasformarti in un agente segreto sfruttando la tua infallibile memoria fotografica. Ti sbattono in galera. Non ti danno da mangiare. Un prete tenta di molestarti e poi per salvare la ghirba gira la frittata dandoti dell’indemoniato. Il presidente degli Stati Uniti, fra un’orgia e l’altra, s’interessa al tuo caso, ma non per riportarti a casa... Insomma, un inferno.
Per fortuna il signor Everett ha raccolto le tue memorie. Anche lui è un po’ nero, come te. Anche lui pensa che Byron sia un sopravvalutato, e ha un concetto di genialità che prefigura l’happy end: «Genio significa trovare un modo per tornare all’inizio dove le verità sono sincere e oneste e forse addirittura pure». Anche lui considera Roland Barthes (il quale, sia detto per inciso, viene respinto con perdite quando tenta di portarsi a letto Mammina) soltanto un francese pieno di sé. «Gli esseri umani hanno inventato il linguaggio. Così dicono gli ingenui. Il linguaggio ha inventato gli esseri umani. Così dicono i cinici». Ce n’è di roba in quella testolina, vero, signor Everett?
Caro, piccolo Ralph, vien voglia di prenderti in braccio (ma prometti di non pensare a Lacan... ) quando dici: «I verbi all’infinito non hanno casa. I verbi in forma finita girano in branchi come cani randagi». Tu che non spiccichi una parola che è una, sei il nostro piccolo oracolo silente: «Io non do informazioni sulla società. Non fornisco alcuna verità sulla cultura. Ho da offrire solo il numero di parole che ci sono qui nel testo e la frequenza e l’ordine in cui sono scritte, insieme ai segni che governano partenze, fermate e pause». Il signor Everett ha fatto bene a épater le bourgeois (pardon, anzi, scusate, il francese è sempre un po’ invadente) spacciandoti per il protagonista di una fiction (anche l’inglese è invadente...) con personaggi che paiono usciti da un film alla Quentin Tarantino o alla Leslie Nielsen. Ha fatto bene perché sa, come tu dici, che: «Il mondo è tutto ciò che è possibile all’interno di un particolare spazio narrativo».
Suona come il principio di falsificazione di Popper. Popper? Roba da poppanti.

Daniele Abbiati, Il superbebè che ci insegna a pensare




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12 giugno 2007

Biancaneverett

A noi piacciono i libri che contengono una quantità di pattume, materiale che si presenta come non del tutto rilevante (o per nulla rilevante, in certi casi) ma che, se gli si presta la dovuta attenzione, può fornire una specie di "senso" di ciò che accade.
Questo "senso" non si ottiene leggendo fra le righe (giacché non c'è nulla in quegli spazi bianchi) ma leggendo per l'appunto le righe, ovverosia osservando le righe e arrivando in tal modo a una sensazione non esattamente di soddisfazione, ché sarebbe aspettarsi troppo, ma di averle lette, di averle "completate".

Donald Barthelme, Biancaneve, minimum fax, 2007, pagina 149. Traduzione di Giancarlo Bonacina





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7 giugno 2007

Glifo a Milano

La rocambolesca, divertente, sofisticata odissea di Ralph, il bimbo prodigio protagonista di Glifo, letta e raccontata da Luca Sofri, Simone Barillari e Marco Rossari.
Il primo reading italiano dedicato al geniale romanzo di Percival Everett è mercoledì 13 giugno, alle ore 18, al Libraccio di Milano (via Solferino, 22).




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31 maggio 2007

glifo da record sulla stampa

Il record è questo: numero pezzi usciti zero. Numero di copie di lettura inviate quasi 150.




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23 maggio 2007

Mary Mallon

Mary Mallon, passata alla storia come Typhoid Mary, era una cuoca americana d’origine irlandese che, secondo una leggenda metropolitana, ha trasmesso il tifo a più di cinquanta persone lavorando a New York nei primi anni del Novecento. A quanto pare, la donna sapeva di avere la malattia ed era riuscita a eludere la polizia per otto anni, fino a quando venne arrestata nel 1915. Esiste forse anche un prototipo più antico. In una novella intitolata Il letto numero 29, scritta nel 1884, lo scrittore Guy de Maupassant (1850-1893) parlava di una donna che aveva deliberatamente diffuso la sifilide presso le forze nemiche. È possibile, tra l’altro, che Maupassant si sia basato su una leggenda del tempo.




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17 maggio 2007

Cavalcatura





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17 maggio 2007

Prolegomeni di Inflato. Poesia per Cicciobombo

Gonfiando palloncini
per i nipotini senza
fiato penso a
Inflato.

La dilatazione della pancia
dell'uomo di sostanza
fintomaranza post
strutturalista del
vecchio che
avanza.

Penso al
ripieno del
bombolone, alla
bambola gonfiabile,
al ronzio del bombo.

Penso: "Cicciobombo!"


Marco Rossari




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16 maggio 2007

Cicciabomba

respiro a fatica, ho un dolore nel petto, un argomento, bevi sempre troppo, accompagno pesantemente il movimento della mano, la solita difficoltà nel fare i gesti più semplici,

cicciabomba, cicciabomba

un altro fulmine, un bel neon che divide in due l'oscurità, trovo la cassetta, un tuono, l'oscurità ruggisce, non mi stupirei se il mare si fosse scambiato di posto col cielo per rovesciarsi sulla terra, vado avanti, mi sembra di guidare sul cielo, su una strada che continua nelle tenebre all'infinito, metto la cassetta nell'autoradio, spingo il tasto del riavvolgimento veloce, un graffio nel silenzio, un argomento di conversazione nell'autogrill,

guarda quella cicciona ubriaca persa

Dulce Maria Cardoso, Le mie condoglianze




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14 maggio 2007

Everett e il suo fantasma alla fiera del libro

Everett c'era. Nelle parole, nell'isolato stand di Nutrimenti, negli occhi di chi è venuto a comprarsi il libro, nelle impressioni dei lettori in rete.
Luca Sofri si è appassionato. Qui ne legge un brano al Jam Club, ai Murazzi, Torino. Qui trovate il podcast della trasmissione Condor del 10 maggio 2007.




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