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Diario
7 ottobre 2007
Glifo sul Corriere
Non è facile trovarsi ancora in fasce e sapere leggere e non è facile a
quattro anni scrivere il primo romanzo, ma per Ralph, protagonista e
autore, nella finzione, di Glifo,
è un gioco da adulti sconcertante per il lettore. Che le pagine di
Ralph siano poi dell’americano Percival Everett, classe 1956, autore di
quattordici romanzi e da quest’anno pubblicato anche in Italia
(tradotto da Marco Rossari), è un’altra storia: Ralph, bambino prodigio
con un quoziente intellettivo stratosferico di 475 punti, è uno di quei
narratori che assediano le vicende con deviazioni, poesie, note a pie’
di pagina, teoremi, citazioni nascoste e mise-en-abyme.
Una di quelle voci narranti, insomma, che fa di tutto per perdere di
vista la storia rallentandola o arricchendola, a seconda dei punti di
vista, con continui interventi esterni che riflettono sulla vicenda in
corso. E l’avventura di Ralph è quella di un neonato che per le sue
capacità incredibili diventa oggetto del desiderio del mondo degli
adulti e vittima di un vortice di rapimenti. Figlio dell’amata pittrice
Eve e di un padre studioso “poststrutturalista fallito” che chiama
Cicciobombo, il protagonista viene prelevato dall’isterica psicologa
Steimmel che se lo vede rubare dal governo americano per cui diventa un
agente segreto da infiltrare nelle centrali nucleari sotto le cure di
Madame Nanna, una finta mamma pagata dal governo, e dal colonnello Bill
“che faceva flessioni, addominali e saluti militari sempre in uniforme.
Correva per tre miglia e poi faceva sei vasche a nuoto sempre in
uniforme”. Personaggi surreali, contro cui l’unica arma di difesa del
piccolo, che si rifiuta di parlare, è la scrittura: una materia che
anima molte digressioni all’ombra delle teorie sui giochi linguistici
di Ludwig Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche
– una parte certo ostica, ma ben giustificata – e che prende in giro
mostri sacri del pensiero critico, da una finta lettera di Jacques
Derrida, a Roland Barthes, amico di famiglia dei genitori di Ralph, e
personaggio irresistibile. La tessitura drammatica del libro di Everett
è nelle corde di chi ama alcuni postmoderni – è più fruibile di Thomas
Pynchon e meno maestoso ed estenuante di Dave Foster Wallace – e
affascina proprio per le sue diverse velocità: se letta di seguito i
frequenti stacchi alienano il lettore in riflessioni degne di
un’ironica saggistica, se letta trasversalmente, seguendo la linea
narrativa, rimane una vicenda vorticosa e unica nelle sue premesse. A
ragione allora Ralph afferma: “Se mi è concesso, io dico che sono un
sistema di lettura completo”, ma costruito sui ritmi musicali di un
ottimo pezzo di jazz. Alessandro Beretta, Corriere della Sera, 16 settembre 2007
| inviato da glyph il 7/10/2007 alle 11:12 | |
7 ottobre 2007
Ralph e Roland
Attribuire un’intelligenza superiore o doti straordinarie a creature
dalle quali non ce le aspetteremmo, come animali o bambini (Esopo e La
Fontaine, Francis il mulo parlante, il ragazzino che canta con voce di
basso in un film con Sordi), è un gioco antico dagli effetti un po’
facili, che si esauriscono presto; perché duri ci vuole un forte motivo
di fondo. O forse no, può anche darsi che una serie di trovate e
trovatine riescano a tenerlo in piedi fino a quando il suo inventore
non se ne stanchi per primo. Raccontando in prima persona la vicenda
del piccolo Ralph, Percival Everett – professore di letteratura in
California e ranchero, musicista jazz, pittore e pescatore con la
mosca, nonché a suo tempo laureato in filosofia e in biochimica – ha
voluto soprattutto divertire i lettori e se stesso con una miriade di
allusioni erudite: e in certa misura ci riesce, almeno per chi ha la
pazienza di seguirlo fino in fondo. Per costoro Glifo
(in origine scritto a mano in soli tre mesi, di notte, su tanti
quaderni una pagina dei quali è riprodotta in copertina) è diventato,
pare, quello che oggi si dice un culto. Per altri, di cui questo
recensore temo faccia parte, un certo calo di interesse si manifesta
invece via via che la vicenda si fa più strampalata e che il girotondo
delle citazioni si rivela per tale, ossia, appunto, per un percorso
senza punto di arrivo. Dunque Ralph, che come apprenderemo solo a un
certo punto è, al pari del suo creatore, un afroamericano, nasce da una
coppia di intellettuali un po’ frustrati, lui docente di letteratura
molto succube dello strutturalismo – l’ironico sottotitolo del capitolo
di esordio è “saggio decostruzionista”, con l’aggettivo cancellato –
lei pittrice con scarsa fiducia in se stessa. A dieci mesi Ralph, che
ha delle orecchie molto grandi, è in grado se non di parlare
(continuerà a tacere anche in seguito, ma sarà una sua scelta), di
capire tutto quello che i genitori si dicono, e anche di analizzare le
loro personalità. Vuol bene a entrambi, ma disprezza un po’ il padre e
i suoi velleitarismi, compreso il flirt con una studentessa alla quale
il piccino viene talvolta esibito. Ben presto Ralph è anche in grado di
leggere, e sua madre gli passa tutti i numerosissimi libri che ci sono
in casa; donde, mescolate al racconto che il sapiente marmocchio fa su
quanto gli succede, sue osservazioni letterarie di ogni genere,
mettiamo sulla superiorità, in fondo, del modesto Senofonte sul tronfio
Tucidide; definizioni epigrammatiche; informazioni tolte da studi molto
specialistici (una delle prime note rimanda a un articolo sui cromosomi
apparso sull’American Journal of Human Genetics);
persino formule matematiche a sintesi di qualche affermazione. Ben
presto, anche, Ralph è in grado di scrivere, e ogni tanto lo fa per
esprimere giudizi di sorprendente acume, oppure per comporre brevi e
inquietanti poesie. I genitori hanno bisogno di raccapezzarsi prima di
rendersi conto dell’eccezionalità del piccino. Questa zona culmina con
lo spassoso rendiconto di una cena in cui la coppia riesce ad avere a
tavola, approfittando di una visita di costui al locale ateneo,
nientemeno che il mito Roland Barthes, i cui sproloqui Ralph riferisce
fedelmente e chiosa, mentre il padrone di casa tenta invano di
sottoporre al suo idolo un proprio articolo sperando in una sua
approvazione. A un certo punto però il bambino viene portato da una
psicologa allo scopo di farlo esaminare, ed è qui che la vicenda vera e
propria decolla. Perché questa psicologa, una pazza violenta e anche
lesbica, rapisce Ralph e fugge con lui allo scopo di studiarlo da
vicino e in qualche modo di impossessarsi di lui. Siccome la donna è
astuta e priva di scrupoli, nonché abile nel nascondersi con la sua
preda, e siccome Ralph benché sempre intelligentissimo non è in grado
di farsi valere (minuscolo com’è, non può quasi nemmeno camminare), la
situazione fatalmente ristagna; e per tenerla in vita l’autore è
costretto a moltiplicare i suoi funambolismi eruditi, fino a far
deflagrare il tutto in un finale paradossal-comico-demenziale alla
fratelli Coen d’una volta.
Masolino D'Amico, "Tuttolibri", La Stampa, 15 settembre 2007
| inviato da glyph il 7/10/2007 alle 11:9 | |
21 settembre 2007
Da dove arriva il Supernumero?
Per risalire al concetto di “supernumero”
dobbiamo rifarci alle conoscenze dei Maya in campo matematico e astronomico. In
quell’antica civiltà le due discipline andavano di pari passo: i calcoli
matematici erano necessari per misurare con precisione il tempo e per fissare
il calendario delle attività agricole e dei rituali religiosi, mentre gli
astronomi calcolavano con precisione il movimento di alcuni astri e la
ricorrenza delle eclissi. Da qui l’origine del supernumero (1.366.560), che
equivale precisamente al numero di giorni che compone l’era attuale, ed è
particolarmente significativo perché collega un’intera serie di cicli. Il loro
calendario era composto da diversi cicli cronologici connessi tra loro. I
principali erano quello solare o “anno vago” di 365 giorni detto Haab e quello divinatorio di 260 giorni
detto Tzolkin.
Questo supernumero ricavato dallo studio del Codice di
Dresda è molto vicino ad un altro numero significativo (1.366.040) che equivale
al numero di giorni relativo al ciclo delle macchie solari studiato da
Cotterell e che differisce esattamente di 520 giorni – per i Maya due cicli Tzolkin.
In effetti, i Maya, osservavano il pianeta Venere allo scopo
di tenere sotto controllo i cicli delle macchie solari poiché dopo venti cicli
era stata prevista l’inversione del campo magnetico, come effettivamente
accadde.
All’inizio, le date, anche se decifrate, non erano
collegabili al nostro calendario. Gli studi dell’americano Goodman portarono ad
individuare, nel 1905, questo collegamento. La fine dell’ultimo “ciclo grande”
e l’inizio di quello attuale corrispondono alla data del 13 agosto del 3114
a.C. Poiché un ciclo grande dura 1.872.000 giorni (13 Baktun), la fine dell’era
attuale cadrà il 22 dicembre del 2012.
L’importante è saperlo… anche se il sospetto è che in quel
giorno probabilmente finirà la vita in un piccolo villaggio del Centro America!
maya
fine del mondo
| inviato da glyph il 21/9/2007 alle 0:8 | |
6 settembre 2007
Sull'Indice
Un Roland Barthes volgare ed eterosessuale attraversa le vicende narrate
in Glifo, ne è personaggio e spesso
controcanto. L’inverosimiglianza della figura, e lo stridore fra questa e la
sua funzione nel testo, restano, più di altri elementi, dei nodi di ambiguità
che, sciolti in un verso o in un altro, potrebbero far decidere sulla vacuità,
o invece originalità, del testo.
Un neonato, Ralph, che appena gattona è in grado di leggere e di
scrivere, è, quasi sempre, la voce narrante, cui talvolta si alterna un io che
suggerisce l’identificazione con l’autore del libro, secondo ritmi e ragioni
non immediatamente decifrabili. Il bimbo comunica con gli adulti che lo
circondano attraverso bigliettini, che scrive con difficoltà dovute al proprio
corpo, che ancora non ha sviluppato i muscoli e le forme necessarie. Capisce
perfettamente il linguaggio degli adulti, però non parla, se non ai lettori.
Questa è la prima invenzione del libro, quella che più netta emerge in un
affollarsi di altri elementi, pur ricordando talvolta (immaginiamo non
intenzionalmente) certe scene di Senti
chi parla, del 1989, serie di film con John Travolta, dove anche troviamo
bebè senzienti. La prima persona alla quale
Ralph si manifesta nelle sue capacità straordinarie è la madre, che,
seppur brevemente sconcertata, ne è subito fiera: “E così mia madre è diventata
il mio pusher”, fornitrice, cioè, di libri che il bambino divora a ritmo
sempre più veloce. “Mio padre era un post-strutturalista”, racconta, un
professore universitario dalle grandi e
frustrate ambizioni, disprezzato dal
figlio per la sua mediocrità; dalla sua biblioteca la madre rifornisce il
figlio, orientandone l’attitudine
interpretativa. Il testo è fornito di una trama che cerca di condurre alla
fine della lettura: il pupo viene portato da uno psicologo, “dobbiamo farlo
vedere da un dottore”; da questi, che è una cattivissima dottoressa, viene
subito rapito e portato in un piccolo villaggio abitato da scienziati che
vogliono operare in segretezza; qui un’altra dottoressa, ancora cattiva, lo
rapisce nuovamente, per subito perderlo a favore di altri cattivi, questa
volta di una branca non ufficiale del ministero della Difesa, poi da una coppia di buoni ma stupidi immigrati
messicani; a questi viene sottratto da un prete pedofilo e infine, in una
grande colluttazione riassuntiva, è recuperato dalla madre che si è ormai
separata dal marito mediocre; così il tutto finisce con un idillio
madre-figlio, protetti dalla segretezza sull’eccezionalità del figlio: “Voglio
bene a mia madre e anche lei me ne vuole”.
Farciscono
il libro, oltre al Barthes reinventato, come filtrato da un’opaca
fruizione dell’Europa da parte dell’America più autoreferenziale, dialoghi tra filosofi del linguaggio variamente
assortiti, lunghe dissertazioni metaletterarie, poesie, schemi grafici di teorici della lingua, note di
natura diversa ma soprattutto usate nella funzione di glossa al testo. Il
contrasto fra gli accadimenti, che si mantengono a livello di
immagini-quadro, distillate dal repertorio
più frusto delle fiction televisive, e l’affabulazione iper-tecnicista,
frammentata e ricomposta, alterata e piegata, direttamente precipitata sulle pagine dalle ricerche
linguistiche strutturaliste e poststrutturaliste, sembra essere,
vorticando attorno all’innocente-sapiente, il luogo dove l’autore intende
portare il lettore.
Federica Novaro, “Il personaggio
Barthes”, L’Indice dei libri del mese,
anno XXIV, n. 9, settembre 2007
| inviato da glyph il 6/9/2007 alle 17:30 | |
28 agosto 2007
Everett su Stilos
Percival Everett è un autore di
culto in America. Vincitore di decine di premi letterari, 14 romanzi e numerosi
tra racconti e poesie, in Italia è approdato solo pochi mesi fa con Cancellazione, pubblicato da Instar
libri, e ora raddoppia con questo Glifo,
tradotto brillantemente da Marco Rossari che riesce a rendere la lingua
ricercata e i giochi sofisticati di rimandi e riferimenti con cui l’autore
sfida il suo lettore. Di Everett si dice che sia eccentrico, molto colto,
geniale: non si fatica a crederlo leggendo i suoi libri infarciti di citazioni,
dialoghi improbabili tra filosofi e scrittori, riflessioni sul linguaggio e sui
massimi sistemi, un armamentario meta-letterario che contraddistingue la sua
opera e la rende sicuramente originale, ma che a volte penalizza la resa
narrativa delle sue storie. Ma probabilmente non è questo che gl’interessa.
Glifo racconta la storia – scritta in prima persona – di un bambino dotato di
un’intelligenza straordinaria che si trova al centro di una girandola di
rapimenti, contro-rapimenti, piani segreti, e soprattutto in mezzo a un gruppo
di adulti incapaci di relazionarsi con lui, a iniziare dal padre («un
post-strutturalista fallito»), perso nei suoi sogni di gloria e nella sua
adorazione per Barthes, che tra l’altro è uno dei personaggi della vicenda.
Il libro ha le sue pecche: a
cominciare dal fatto che si tratta dell’ennesima variazione sul tema del genio
autistico prodotta dalla narrativa americana contemporanea, già affollata dai
vari Molto forte, incredibilmente vicino
(Safran Föer) e Teoria e pratica di ogni
cosa (Pessl), passando per lo pseudo-autismo narrativo di Foster Wallace,
che – più ancora che «geni autistici» – mette in scena una scrittura che è di
per sé una simulazione della genialità disturbata: ossessionata dai dettagli
(al limite del compulsivo), dalla ricerca del «lampo di genio che si fa
rivelazione», dalla volontà di farsi esplorazione panottica del mondo.
La particolarità del romanzo di
Everett è proprio che il genio in questione è un enfant prodige con un Q.I. di
475, che a dieci mesi di età non parla (ma per sua scelta) e trascorre tutto il
suo tempo nella culla a leggere i libri che la madre provvidenzialmente gli
passa: madre, guarda caso, aliena da letture pop e ben attrezzata con i
testi-feticcio dell’intellighenzia americana postmoderna: «la Bibbia, il Corano, tutto
Swift, tutto Sterne, Joyce, Balzac, Auden, Theodore Roethke, la teoria dei
giochi e quella dell’evoluzione, la genetica e la dinamica dei fluidi».
Insomma: il protagonista è già metafora del narratore, intellettuale cresciuto
nell’atmosfera dell’America post-pynchoniana, scrittore di quella generazione
che si è rifugiata nei libri e nelle scuole di scrittura perché il mondo,
fuori, era brutto e cattivo, ma soprattutto volgare e imbarbarito (secondo
loro). La struttura del romanzo poi, se da un lato è originale e rivela la gran
competenza tecnica di Everett e la sua attenzione agli aspetti formali della
narrazione, dall’altro con le ripetizioni di uno schema sempre uguale, con
tutti i capitoli gestiti e sviluppati seguendo suddivisioni ben precise, assume
connotati claustrofobici eccessivamente artificiali che rinchiudono la storia
in una sorta di soffocante gabbia stilistica.
Infine, in un ambiente narrativo dove le catarsi sono derivate da
casualità di stampo (ancora una volta) pynchoniano, il contenuto emozionale del
testo sta quasi tutto in questa implicita critica dell’universo mondo,
l’ennesimo sfogo contro il senso d’impotenza che si respira, e i pericoli in
cui ci si può imbattere, nello scenario di un’America trasformata in campo da
gioco dei poteri più forti e barbarici: dal potere scientifico (impersonato
dalla dottoressa Davies), fino alla long manus occulta del governo (l’agente
segreto Nanna). Tutti vogliono impadronirsi del miracolo e proprio di fronte
all’essere più indifeso, un neonato, mostrano il loro volto più turpe.
E Ralph è solo un bambino, anche
se scrive poesie sofisticatissime e legge di tutto (del resto non è nemmeno un
vero genio perché, come sostiene lui stesso, non è in grado di guidare) e
l’unica cosa di cui ha bisogno è la sua mamma e un ambiente tranquillo in cui crescere.
Dunque Everett con i suoi discorsi sul linguaggio, le sue teorie filosofiche,
gli sberleffi alla cultura accademica, alla scienza priva di umanità e al
governo degli Stati Uniti, non fa altro che sostenere che dopo tutto l’unica
cosa che vince sull’intelletto è l’amore e che ciò che smaschera l’idiozia
dell’ostentazione intellettuale è solo l’ironia. Proprio l’ironia con cui Ralph/Everett mena fendenti all’establishment culturale, declinata
attraverso trovate argute e taglienti, riflessioni semiserie su significanti e
significati, acide sferzate al senso comune unitamente a una scrittura veloce,
che incalza e corrompe – salva il romanzo, che troppo spesso appare
eccessivamente tronfio e piaciuto, rivelando anche un’umanità profonda e
dolente a cui i protagonisti cercano di non soccombere
Seia Montanelli, Stilos, anno IX, n. 16, 28 agosto 2007
| inviato da glyph il 28/8/2007 alle 12:39 | |
18 luglio 2007
Pharmakon
Il pharmakon per
antonomasia è la cicuta: per tutti gli ateniesi è un veleno, ma non per Socrate
che la beve con avidità, perché quando la pozione entra in azione, il veleno
nel corpo diviene vero rimedio per l’anima che si libera della sua tomba.
Socrate è sciolto dalle catene. Pharmakon
non può essere definitivamente né rimedio né veleno, perché è entrambi: allora
il dentro e il fuori si mischiano; agli Ateniesi non resta che neutralizzare
farmaco per farmaco perché ci sarà sempre un Odisseo che costruirà un cavallo
di legno in cui infilarsi per approdare di là delle mura e, una volta inoculato
all’interno del corpo della polis, seminare la morte. Il cavallo di legno fu la
prima siringa e la presa di Ilio la prima iniezione del pharmakon, nella storia dell’Occidente.
Derrida riflette sulla parola “pharmakon”, facendola
apparire una polisemia regolata che gli permette per distorsione,
indeterminazione e sovradeterminazione, ma senza controsenso, di tradurre la
stessa parola con “rimedio”, “veleno”, “droga”, “filtro”. Questo termine
costituisce perciò un esempio di pratica di raschiamento del significato e di
fluidificazione dei contrari che avviene nell’ambito della scrittura, con la
creazione di una trama infinita di rapporti, in cui ogni termine dà origine a
una catena di significati opposti che esplodono l’uno nell’altro (ad esempio:
veleno/cura, vita/morte, bene/male, padre/figlio, essere/divenire,
apparenza/realtà, natura/spirito, corpo/anima, materia/forma, bello/brutto,
serio/scherzoso, giorno/notte, ecc…).
11 luglio 2007
Glifo sul pendolo
Sul sottile confine tra il saggio, il romanzo e l’esercizio di stile, Glifo di Percival Everett gioca con il lettore, con la sua attenzione e la sua sensibilità culturale.
Un libro non libro. Con straordinaria capacità l’autore mette insieme
tanti stili, tante idee, a volte bizzarre, altre assolutamente
stupefacenti, in un unico testo complesso. Sì, Glifo è complesso, anzi è un “complesso narrativo” di satira verso il governo U.S.A., un j’accuse contro
i genitori di figli con quoziente intellettivo superiore e un occhio di
bue puntato sulla totale mancanza di umanità della scienza e dei suoi
rappresentanti.
Il protagonista, Ralph, è un bambino di nemmeno un anno che non parla
(e nemmeno ne avrà l’intenzione per il suo futuro) ma che, dopo essersi
rivelato ai genitori nella sua straordinaria intelligenza, scrive versi
romantico-anatomici, legge trattatati di filosofia e si consuma gli
occhi sui romanzi.
Attorno a lui, tutto il circo della piccola mediocrità umana: il padre colpito da senso di inferiorità, i medici che vogliono “aprire quella piccola testa”
per capire cosa c’è dentro, il governo fatto di mostrine e occhiali
scuri che vuole trarre profitto dall’insospettabile spia che un bambino
potrebbe essere. In tutto questo grande show si fanno avanti le discettazioni del piccolo Ralph, più volte rapito dagli uomini e dai suoi pensieri su di essi.
Un testo non facile, che gioca con le parole e i concetti filosofici
più alti, mettendo alla prova il lettore per insegnare qualcosa che va
oltre la complessità della scrittura, oltre le citazioni colte, le
poesie, l’arte, i romanzi che permeano le pagine. Un testo che vuole
insegnare, che l’unica cosa che vince sull’intelletto e sulla sua
ostentazione è l’amore, quell’amore che Percival Everett fa filtrare da
ogni poro di queste pagine assolutamente divertenti e dottissime. Alex Pietrogiacomi, il pendolo
| inviato da glyph il 11/7/2007 alle 15:34 | |
5 luglio 2007
Il segno di Barhes, tra arbitrio e naturalità
"Come definirebbe il segno?". "Ai miei allievi dell’École
Pratique des Hautes Ètudes, a cui insegno una disciplina dal titolo un po’
lungo e complicato, Sociologia dei segni, simboli e rappresentazioni, dico
spesso che è una piega nella coperta della socialità, subito affrettandomi a
precisare che in Francia la maggioranza sociale definisce il proprio
comportamento 'naturale'. Il segno è allora ciò che avvertiamo come arbitrario
nella naturalità".
da Guido Davico Bonino, Alfabeto Einaudi, Garzanti 2003.
barthes segno sociologia
| inviato da glyph il 5/7/2007 alle 12:19 | |
3 luglio 2007
De Cataldo su Glifo
postmoderno, colto,
ricco di humor.
"Ttl", La Stampa, 23 giugno, pag. XI
| inviato da glyph il 3/7/2007 alle 0:56 | |
28 giugno 2007
Différance
Différance è il
termine centrale e fondamentale nel lavoro di decostruzione in quanto permette
a Derrida di situarsi al limite del discorso filosofico proprio
dell’Occidente, il logocentrismo, e di decostruirlo. In francese Derrida scrive
la parola con la “a” anziché con la “e” per marcare l’alterità tra parola
scritta e parola orale, infatti différance
si pronuncia come “différence” senza alcuna variazione acustica significativa.
Con questa violenza grafica Derrida vuole segnare uno scarto dal
fonologocentrismo, cioè dal privilegio del Logos nel sistema concettuale
dell’Occidente, scarto che non si presenta in forma di opposizione su coppie concettuali opposte ma come
alterità eccentrica non riconducibile al principio d’identità.
L’indecidibile è la logica stessa del decostruzionismo, che attraverso questa
forma si richiama a forme di discorso non dichiarativo ma evocativo quali
l’invocazione, l’invito, il ringraziamento, il perdono e la preghiera.
Il pensiero derridiano della differanza ha la sua fonte in Nietzsche, Freud, Husserl e
Heidegger, autori verso i quali Derrida assume una posizione critica in quanto
essi permangono, pur criticandolo, dentro il sistema della metafisica.
Ralph sa tutte queste cose...
cultura
decostruzione
différance
| inviato da glyph il 28/6/2007 alle 23:11 | |
27 giugno 2007
Ralph a Roma, il reading
| inviato da glyph il 27/6/2007 alle 14:57 | |
13 giugno 2007
Glifo sul Giornale
È un tipo strano. Non dorme. Non parla. Più che camminare,
sgambetta, per non perdere l’equilibrio. Non fa che leggere e comunica,
quando non ne può fare a meno, tramite dei biglietti. Vuol bene alla
mamma («Mammina»), certo, ma molto meno al papà («Cicciobombo»),
soprattutto da quando ha scoperto che se l’intende con una
specializzanda dell’università dove il signor Townsend insegna non si
sa bene che cosa (però glissa su un ammiratore della signora e dei suoi
quadri). Quando ha difficoltà a defecare, risolve il problema
semplicemente pensando a Lacan. Ha un quoziente intellettivo pressoché
inimmaginabile: 475. È nero.
Ma soprattutto è un poppante prodigio
(anzi, lo era, perché il suo libro - vogliamo chiamarlo romanzo di
formazione? - lo scrive intorno ai quattro anni). Il piccolo Ralph
narra se stesso, la propria normalissima mostruosità. «Volevo, voglio
ancora e spero di continuare a volere che il mio cervello rallenti un
poco. Non posso nemmeno dire di essere intelligente, ma solo che il mio
cervello è costantemente iperattivo». La sua testolina spazia dalla
filosofia del linguaggio all’epistemologia, da Husserl a Saussure, da
Wittgenstein alle circonvoluzioni della memoria proustiana. «È l’anello
mancante tra la fase immaginaria e quella simbolica», esulta la
psicologa che vuol mettere le mani su quel pezzo pregiato. E il saggio
Ralph, a posteriori, ci ammonisce: «Dite alle vostre idee di non
accettare caramelle dagli sconosciuti. Non permettete alle vostre idee
di giocare in mezzo alla strada. Non date alle vostre idee giocattoli
con pezzi troppo piccoli: potrebbero infilarseli in bocca e soffocare». Come
ha ragione! Se impareremo a ragionare con la nostra testa, almeno
sapremo a chi dare un bel pezzo di colpa, quando le cose non andranno
per il verso giusto. «Le giraffe hanno il collo lungo e le tartarughe
hanno il carapace, ma gli esseri umani hanno l’avarizia e la vanità e
la religione. La morte avviene per queste precise ragioni». Caro,
piccolo Ralph che ci osservi dall’interno del tuo libro che è un po’
significato e un po’ significante, abbi pietà di noi adulti. Abbi pietà
anche del signor Percival Everett che è il tuo dottor Watson, il tuo
Vasari, il Narratore della tua Recherche, sintetizzata magistralmente
in Glifo (Nutrimenti, pagg. 222, euro 15, traduzione - ottima - di
Marco Rossari), opera prima e unica di un genio in pannolini. I grandi
non ti capiscono, ti trattano come un fenomeno da baraccone. Tutti
tranne la mamma (la mamma è sempre la mamma, anche per te...). Ti
rapiscono e ti portano in posti strani, qualcuno vuole addirittura
trasformarti in un agente segreto sfruttando la tua infallibile memoria
fotografica. Ti sbattono in galera. Non ti danno da mangiare. Un prete
tenta di molestarti e poi per salvare la ghirba gira la frittata
dandoti dell’indemoniato. Il presidente degli Stati Uniti, fra un’orgia
e l’altra, s’interessa al tuo caso, ma non per riportarti a casa...
Insomma, un inferno. Per fortuna il signor Everett ha raccolto le
tue memorie. Anche lui è un po’ nero, come te. Anche lui pensa che
Byron sia un sopravvalutato, e ha un concetto di genialità che
prefigura l’happy end: «Genio significa trovare un modo per tornare
all’inizio dove le verità sono sincere e oneste e forse addirittura
pure». Anche lui considera Roland Barthes (il quale, sia detto per
inciso, viene respinto con perdite quando tenta di portarsi a letto
Mammina) soltanto un francese pieno di sé. «Gli esseri umani hanno
inventato il linguaggio. Così dicono gli ingenui. Il linguaggio ha
inventato gli esseri umani. Così dicono i cinici». Ce n’è di roba in
quella testolina, vero, signor Everett? Caro, piccolo Ralph, vien
voglia di prenderti in braccio (ma prometti di non pensare a Lacan... )
quando dici: «I verbi all’infinito non hanno casa. I verbi in forma
finita girano in branchi come cani randagi». Tu che non spiccichi una
parola che è una, sei il nostro piccolo oracolo silente: «Io non do
informazioni sulla società. Non fornisco alcuna verità sulla cultura.
Ho da offrire solo il numero di parole che ci sono qui nel testo e la
frequenza e l’ordine in cui sono scritte, insieme ai segni che
governano partenze, fermate e pause». Il signor Everett ha fatto bene a
épater le bourgeois (pardon, anzi, scusate, il francese è sempre un po’
invadente) spacciandoti per il protagonista di una fiction (anche
l’inglese è invadente...) con personaggi che paiono usciti da un film
alla Quentin Tarantino o alla Leslie Nielsen. Ha fatto bene perché sa,
come tu dici, che: «Il mondo è tutto ciò che è possibile all’interno di
un particolare spazio narrativo». Suona come il principio di falsificazione di Popper. Popper? Roba da poppanti. Daniele Abbiati, Il superbebè che ci insegna a pensare
| inviato da glyph il 13/6/2007 alle 8:26 | |
12 giugno 2007
Biancaneverett
A noi piacciono i libri che contengono una quantità di pattume, materiale che si presenta come non del tutto rilevante (o per nulla rilevante, in certi casi) ma che, se gli si presta la dovuta attenzione, può fornire una specie di "senso" di ciò che accade. Questo "senso" non si ottiene leggendo fra le righe (giacché non c'è nulla in quegli spazi bianchi) ma leggendo per l'appunto le righe, ovverosia osservando le righe e arrivando in tal modo a una sensazione non esattamente di soddisfazione, ché sarebbe aspettarsi troppo, ma di averle lette, di averle "completate".
Donald Barthelme, Biancaneve, minimum fax, 2007, pagina 149. Traduzione di Giancarlo Bonacina
| inviato da glyph il 12/6/2007 alle 23:2 | |
7 giugno 2007
Glifo a Milano
La rocambolesca, divertente, sofisticata odissea di Ralph, il bimbo prodigio protagonista di Glifo, letta e raccontata da Luca Sofri, Simone Barillari e Marco Rossari. Il primo reading italiano dedicato al geniale romanzo di Percival Everett è mercoledì 13 giugno, alle ore 18, al Libraccio di Milano (via Solferino, 22).
| inviato da glyph il 7/6/2007 alle 14:4 | |
31 maggio 2007
glifo da record sulla stampa
Il record è questo: numero pezzi usciti zero. Numero di copie di lettura inviate quasi 150.
| inviato da il 31/5/2007 alle 18:27 | |
23 maggio 2007
Mary Mallon
Mary Mallon, passata alla storia come Typhoid Mary, era una cuoca americana d’origine irlandese che, secondo una leggenda metropolitana, ha trasmesso il tifo a più di cinquanta persone lavorando a New York nei primi anni del Novecento. A quanto pare, la donna sapeva di avere la malattia ed era riuscita a eludere la polizia per otto anni, fino a quando venne arrestata nel 1915. Esiste forse anche un prototipo più antico. In una novella intitolata Il letto numero 29, scritta nel 1884, lo scrittore Guy de Maupassant (1850-1893) parlava di una donna che aveva deliberatamente diffuso la sifilide presso le forze nemiche. È possibile, tra l’altro, che Maupassant si sia basato su una leggenda del tempo.
| inviato da il 23/5/2007 alle 9:31 | |
17 maggio 2007
Cavalcatura
 
| inviato da il 17/5/2007 alle 17:25 | |
17 maggio 2007
Prolegomeni di Inflato. Poesia per Cicciobombo
Gonfiando palloncini per i nipotini senza fiato penso a
Inflato.
La dilatazione della pancia dell'uomo di
sostanza fintomaranza post strutturalista del vecchio
che avanza.
Penso al ripieno del bombolone, alla bambola
gonfiabile, al ronzio del bombo.
Penso: "Cicciobombo!"
Marco Rossari
| inviato da il 17/5/2007 alle 13:5 | |
16 maggio 2007
Cicciabomba
respiro a fatica,
ho un dolore nel petto, un argomento, bevi sempre troppo, accompagno
pesantemente il movimento della mano, la solita difficoltà nel fare i
gesti più semplici,
cicciabomba, cicciabomba
un altro fulmine, un bel neon che divide in due l'oscurità, trovo la
cassetta, un tuono, l'oscurità ruggisce, non mi stupirei se il mare si
fosse scambiato di posto col cielo per rovesciarsi sulla terra, vado
avanti, mi sembra di guidare sul cielo, su una strada che continua
nelle tenebre all'infinito, metto la cassetta nell'autoradio, spingo il
tasto del riavvolgimento veloce, un graffio nel silenzio, un argomento
di conversazione nell'autogrill,
guarda quella cicciona ubriaca persa
Dulce Maria Cardoso, Le mie condoglianze
| inviato da il 16/5/2007 alle 14:31 | |
14 maggio 2007
Everett e il suo fantasma alla fiera del libro
Everett c'era. Nelle parole, nell'isolato stand di Nutrimenti, negli occhi di chi è venuto a comprarsi il libro, nelle impressioni dei lettori in rete. Luca Sofri si è appassionato. Qui ne legge un brano al Jam Club, ai Murazzi, Torino. Qui trovate il podcast della trasmissione Condor del 10 maggio 2007.
| inviato da il 14/5/2007 alle 22:3 | |
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