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il mondo di percival everett negli occhi del piccolo ralph


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7 giugno 2007

Glifo a Milano

La rocambolesca, divertente, sofisticata odissea di Ralph, il bimbo prodigio protagonista di Glifo, letta e raccontata da Luca Sofri, Simone Barillari e Marco Rossari.
Il primo reading italiano dedicato al geniale romanzo di Percival Everett è mercoledì 13 giugno, alle ore 18, al Libraccio di Milano (via Solferino, 22).




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23 aprile 2007

Pizzino #3

Nanna, o Madame Nanna, come mi piaceva chiamarla tra me e me, arrivava tutte le mattine, vestita da infermiera, e mi parlava con dolcezza, mi dava da mangiare, mi metteva sul vasino, mi lanciava le palle gonfiate leggere-come-aria, mi teneva in grembo e mi cullava leggendomi delle storie. Storie stupide. Storie di bambini idioti e orsetti parlanti, con situazioni improbabili solo per la loro improbabilità. Le odiavo. Mi annoiavano a morte e tutte le volte mi addormentavo di schianto. Lei non doveva fare altro che aprire uno di quegli smilzi volumi dai colori sgargianti e buonanotte. È passata una settimana e l’intontimento mi ha reso vulnerabile. Mi ero tenuto le mie doti per me, non sapendo chi fosse o cosa volesse Madame Nanna. Sapevo solo che lei aveva a che fare con Fric e Frac, i due delinquenti che mi avevano portato via dall’istituto in quella sera di pioggia.
Alla fine, stufo marcio della sua gentilezza, rimbambito da due pagine sulla storiella di un maiale che apre una banca, ho sfilato la penna dal taschino sul petto della sua uniforme e scritto, sotto l’immagine di un maiale che firmava una richiesta di prestito:

Ma tu chi cazzo sei?




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19 aprile 2007

Biografia di Glifo

Glifo è stato scritto a matita su quaderni ad anelli in un ranch a circa cento chilometri da Los Angeles, soprattutto di notte e in un arco di circa tre mesi, probabilmente durante il 1998. È venuto più facilmente di qualsiasi altro libro l’autore abbia fatto, ma non è possibile determinare con maggiore precisione la data, perché Percival Everett soffre di quella che definisce “amnesia dell’opera” e dice di ritrovarsi spesso con un romanzo fi nito senza rendersi conto di averlo scritto.
La nascita di Glifo, ricorda, si deve a una storiella che gli era stata raccontata da suo padre. Nella storiella c’è un bambino di tre anni che non ha ancora cominciato a parlare, suscitando le preoccupazioni dei genitori. Una sera, durante la cena, il bambino dice improvvisamente che odia i piselli. Quando il papà gli chiede stupefatto perché non avesse mai parlato prima, il bambino risponde: “Perché finora andava tutto bene”.
Hanno allevato questo libro Laurence Sterne, Mark Twain e Ludwig Wittgenstein, ma l’autore è altrettanto grato ai muli e ai cavalli del suo ranch che lo hanno riportato alla realtà ogni mattina, quando lasciava la scrivania e andava a pulire le loro stalle.




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13 aprile 2007

Pizzino #2

Sono abbastanza piccolo da riuscire a passare
attraverso le sbarre della mia cella nelle ore piccole.
Firmato: un avanzo di galera.




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11 aprile 2007

Pizzino #1

Aiuto! Sono un bambino rapito e questa donna non è mia
madre. Non abbiamo alcun rapporto oltre a quello tra
rapitore e rapito. Vi prego, aiutatemi.




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10 aprile 2007

Identikit

Mia madre continuava a imboccarmi con libri e libri. Ho letto la Bibbia, il Corano, tutto Swift, tutto Sterne, Uomo invisibile, Baldwin, Joyce, Balzac, Auden, Theodore Roethke. Ho studiato la teoria dei giochi e quella dell’evoluzione, la genetica e la dinamica dei fluidi. Ho letto di Jesse James, Bonnie e Clyde, Joseph McCarthy.
Ho letto il manuale d’istruzioni della Saab comprata nel ’63 dai miei, della lavatrice Maytag, del condizionatore Kenmore. Ho imparato un sacco di cose sulle interazioni fra gli adulti e su come funzionano le macchine, sulla storia e sui problemi dell’epistemologia. Dovevo ancora fare esperienza, questo lo capivo, ma la comprensione delle cose che mi erano già capitate era sostanziale e solida. Sognavo di pescare insieme a Hemingway e passeggiare per Parigi con James Baldwin. Non conoscevo il sapore del timballo, ma sapevo come cucinarne uno. Riuscivo a immaginare il rinculo di un fucile da caccia e il tipo di ferita su quel povero germano. Attraverso la lettura, mi ero costruito un mondo, un mondo intero, il mio mondo, e lì riuscivo a vivere, e non mi sentivo impotente come in quello dei miei genitori. Facevo il pieno di benzina grazie a mia madre, ma non la bruciavo subito per scrivere Ralph, un’autobiografia, invece scrivevo poesie. Le scrivevo con un pastello (biro e matite sono pericolose) sulle pagine di un quadernone con gli anelli fornito da mia madre.




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29 marzo 2007

Cosa è un glifo

Un glifo, dal greco ???f? (glýpho), "incidere", in origine indicava un qualsiasi segno, inciso o dipinto, come ad esempio i glifi della scrittura maya o di quella egizia, tradizionalmente conosciuti meglio come geroglifici (dal greco "segni sacri").
In tipografia, un glifo è una rappresentazione astratta di un grafema, di più grafemi o di parte di un grafema, senza porre attenzione alle caratteristiche stilistiche.
In informatica così come in tipografia, il termine carattere si riferisce (un po' ambiguamente) a un grafema, come lo troviamo nei sistemi di scrittura comuni. Mentre un grafema è un'unità di testo, un glifo è un'unità grafica.
Per esempio, la sequenza <ffi> contiene tre grafemi (o "caratteri") ma sarà rappresentata da un solo glifo sia in TeX che in Unicode, perché i tre grafemi saranno combinati in una singola legatura. Viceversa, alcune macchine da scrivere richiedono l'uso di più glifi per scrivere un solo grafema: per esempio due trattini per un tratto lungo, oppure un apostrofo sopra un punto per un punto esclamativo.
La maggior parte dei glifi in tipografia sono l'equivalente dei caretteri tipografici, che costituiscono le serie chiamate "tipi di carattere" oppure "fonti". In tempi recenti, l'anglicismo font si è imposto, specialmente in informatica. In particolare un font, ovvero un tipo di carattere informatico, è una collezione indicizzata di glifi contenente informazioni su come associarvi un particolare codice, visualizzarli in differenti dimensioni e stamparli correttamente.
Dato un particolare tipo di carattere, ogni grafema di solito corrisponde a un singolo glifo. Comunque, questa regola non è assoluta, soprattutto per tipi di carattere creati per lingue con un sistema di scrittura che prevede numerosi segni differenti, dove un grafema può corrispondere a parecchi glifi e parecchi grafemi a un solo glifo. Recentemente sono stati introdotti i tipi di carattere OpenType, che prevedono legature automatiche, maiuscoletti e altre caratteristiche avanzate.
In meccanica un glifo è una barra con scanalatura entro la quale può scorrere un cursore e consente il collegamento tra due organi meccanici, uno solidale alla barra ed uno al cursore; si usa per trasformare uno moto rettilineo in rotatorio e viceversa.




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11 marzo 2007

Mia madre e mio padre

Mia madre era spinta dalla paura che dentro di lei ci fosse qualcosa che rischiava di restare inespresso. Non aveva altrettanta paura che quel qualcosa da esprimere, restando dentro, si infettasse e la corrodesse dall’interno. Temeva di ingannare sé stessa, così come quel qualcosa, di ingannare me insegnandomi, attraverso l’esempio, che non esisteva niente oltre al mondo materiale. In quel senso Mammina era d’animo nobile. Mio padre, d’altra parte, pur non privo di talento, e nonostante le mie prese in giro, non privo di intelligenza, aveva paura di non sembrare un personaggio sulla cresta dell’onda. Le idee gli interessavano solo marginalmente, il suo bisogno principale era di fare gruppo. E per chissà quale ragione, lui aveva bisogno di essere un funzionario di una qualche comunità, che fosse un sindaco o un accalappiacani. Giurava fedeltà al proletariato, ma odiava le sue radici a tal punto che riusciva a malapena a nascondere il suo disprezzo per i gusti della classe operaia e per le incarnazioni dei suoi valori. Aveva paura di essere per l’intellighenzia quello che un arricchito proprietario di fast food in franchising è per i ricchi di una volta. Ne faceva una malattia, il morbo era insidioso e pernicioso, ed era peggio della mia noia perché aveva strettamente a che fare con le apparenze.




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10 marzo 2007

Ralph sa un segreto

Durante la Seconda guerra mondiale i sottomarini seminavano il panico nell’Atlantico Settentrionale. Le navi ignare venivano colpite all’improvviso dai siluri a vapore e finivano sul fondo dell’oceano senza capire chi li aveva attaccati. Ma i sottomarini non potevano restare sott’acqua all’infinito: quando si scaricavano le batterie dovevano tornare in superficie per ricaricarle mentre facevano andare i motori diesel. Mio padre era l’ignara nave cisterna e io l’U-boat invisibile. Mia madre era riuscita a trascinarlo sul divano e stava cercando di farlo rinvenire con dolcezza. Non che avessi paura (cosa avrebbe mai potuto farmi?), ma avrei preferito immergermi di nuovo, andare un po’ a zigzag mentre scendevo sotto la superficie dell’acqua, ridurre la velocità e sparire in silenzio. Chissà cosa stava colando fuori dalla falla creata dal mio siluro? Quando è tornato in sé e mi ha rimesso a fuoco, ha cercato di scavalcare il divano per nascondersi. Mammina gli ha detto di calmarsi.
“Calmarmi? Quel bambino è un mostro”.
“Ralph non è un mostro. È nostro figlio. Ed è speciale. Ralph è un genio”.
“È il diavolo in persona”.
“Gli ho dato dei libri e li legge. Li divora. Nemmeno dorme, a quanto ne so. Legge due, tre libri per notte”. Mammina mi stava sorridendo.
“Perché non me l’hai detto?”.
“Ci ho provato, ma non volevi saperne. Ti ho fatto leggere una sua poesia”.
“È assurdo”. Cicciobombo si è preso la testa fra le mani e ha premuto con i palmi. “Ralph è un genio”, ha ripetuto, fissandomi. “Allora non è ritardato”.
“Al contrario”, ha riso mia madre.
“Allora che facciamo?”.
Mammina ha alzato le spalle.
“Quindi, capisce tutto quello che dico?”, ha chiesto Cicciobombo.
“Perfettamente. Anzi, direi che è piuttosto colto. Ha letto Fitzgerald, Proust e Richard Wright. E non solo li capisce, ma prende molti appunti in cui commenta i romanzi”.
Fissando negli occhi mio padre ho capito che stava ripensando a quando eravamo andati insieme a casa di Laura. Mi ha fatto un sorrisino e ha detto: “Ralph. Ralphino. Figliolo. Piccolino mio”. Ha fatto il giro del divano e si è inginocchiato davanti a me. “Papà ti vuole bene. Capito? Sono così contento di aver scoperto questo…”, ha cercato la parola, “…questo dono. Papà e mamma ti vogliono tanto bene. Mi capisci?”.
“Capisce benissimo, Douglas”, ha detto mia madre. “Ne capisce più di noi. Io non so che farci”.
Cicciobombo si è alzato e ha assunto l’atteggiamento di chi prende in mano la situazione. “Per prima cosa dobbiamo farlo vedere da un dottore”.
“Ma non è mica malato”, ha detto Mammina.
“Uno psicologo, Eve. Forse uno psicologo sa dirci cos’ha, quant’è intelligente, e cosa ci conviene fare”.
Io ho allungato un braccio per chiedere il mio taccuino. Mammina l’ha passato a mio padre, che me l’ha allungato con una certa diffidenza. Ho scritto:

Ralph sa un segreto

Ho visto una singola, luccicante goccia di sudore stillare da quella fronte spaziosa. Dietro la goccia riuscivo a vedere le rotelle che giravano, all’inizio lentamente e poi ancora più lente. Ho cancellato la scritta con il pennarello e l’ho visto tirare un sospiro di sollievo. Ma ci eravamo capiti.




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1 marzo 2007

Gelosia di capezzolo

Libri e capezzoli. Capezzoli e libri. Le mie labbra erano brave a chiudersi intorno a quel dolce circoletto rosso. Da tempo il cibo aveva smesso di interessarmi, anche se era pur sempre meglio dei piselli, perciò la poppata, per quanto di routine (e anche no), è un esercizio in essere. Dire che era come un lampone è allo stesso tempo inadeguato e inaccurato, poiché conoscevo solo il sapore di lampone. Il seno in sé non era niente, il capezzolo era tutto. Una volta ho spiato i miei genitori che facevano sesso, e ho visto Cicciobombo che succhiava il mio capezzolo preferito. Non ero geloso, non pensavo che lui non dovesse trovarsi lì, ma stava sbagliando tutto. Io ero affascinato dalla grana del capezzolo, sembrava la carta del rilievo di un altro pianeta, perforato com’era dai numerosi orifizi, le aperture dei condotti lattiferi. Con quella linguaccia maldestra, lui non è che lo maltrattasse, ma non stava nemmeno rendendogli un buon servizio. Quando mi hanno beccato a fissarli, si sono bloccati e sono scoppiati a ridere.




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15 febbraio 2007

Mio padre era un poststrutturalista

Mio padre era un poststrutturalista e mia madre non lo poteva soffrire. Loro non sapevano – come avrebbero potuto? – che dall’età di dieci mesi non solo capivo tutto quello che dicevano ma ammazzavo il tempo commentando al volo il valore e il senso dei loro balbettii. Ero sdraiato e fissavo le loro bocche aprirsi come le mandibole delle cavallette al lavoro, ignare del loro agire.




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