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Glifo sul pendolo

Sul sottile confine tra il saggio, il romanzo e l’esercizio di stile, Glifo di Percival Everett gioca con il lettore, con la sua attenzione e la sua sensibilità culturale. Un libro non libro. Con straordinaria capacità l’autore mette insieme tanti stili, tante idee, a volte bizzarre, altre assolutamente stupefacenti, in un unico testo complesso. Sì, Glifo è complesso, anzi è un “complesso narrativo” di satira verso il governo U.S.A., un j’accuse contro i genitori di figli con quoziente intellettivo superiore e un occhio di bue puntato sulla totale mancanza di umanità della scienza e dei suoi rappresentanti.
Il protagonista, Ralph, è un bambino di nemmeno un anno che non parla (e nemmeno ne avrà l’intenzione per il suo futuro) ma che, dopo essersi rivelato ai genitori nella sua straordinaria intelligenza, scrive versi romantico-anatomici, legge trattatati di filosofia e si consuma gli occhi sui romanzi.

Attorno a lui, tutto il circo della piccola mediocrità umana: il padre colpito da senso di inferiorità, i medici che vogliono “aprire quella piccola testa” per capire cosa c’è dentro, il governo fatto di mostrine e occhiali scuri che vuole trarre profitto dall’insospettabile spia che un bambino potrebbe essere. In tutto questo grande show si fanno avanti le discettazioni del piccolo Ralph, più volte rapito dagli uomini e dai suoi pensieri su di essi.
Un testo non facile, che gioca con le parole e i concetti filosofici più alti, mettendo alla prova il lettore per insegnare qualcosa che va oltre la complessità della scrittura, oltre le citazioni colte, le poesie, l’arte, i romanzi che permeano le pagine. Un testo che vuole insegnare, che l’unica cosa che vince sull’intelletto e sulla sua ostentazione è l’amore, quell’amore che Percival Everett fa filtrare da ogni poro di queste pagine assolutamente divertenti e dottissime.

Alex Pietrogiacomi, il pendolo

Pubblicato il 11/7/2007 alle 15.34 nella rubrica Diario.

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