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Un Roland Barthes volgare ed eteroses­suale attraversa le vicende narrate in Glifo, ne è personaggio e spesso controcan­to. L’inverosimiglianza della figura, e lo stri­dore fra questa e la sua funzione nel testo, restano, più di altri elementi, dei nodi di ambi­guità che, sciolti in un verso o in un altro, po­trebbero far decidere sulla vacuità, o invece ori­ginalità, del testo.

Un neonato, Ralph, che appena gattona è in grado di leggere e di scrivere, è, quasi sempre, la voce narrante, cui talvolta si alterna un io che suggerisce l’identificazione con l’autore del li­bro, secondo ritmi e ragioni non immediata­mente decifrabili. Il bimbo comunica con gli adulti che lo circondano attraverso bigliettini, che scrive con difficoltà dovute al proprio cor­po, che ancora non ha sviluppato i muscoli e le forme necessarie. Capisce perfettamente il lin­guaggio degli adulti, però non parla, se non ai lettori. Questa è la prima invenzione del libro, quella che più netta emerge in un affollarsi di al­tri elementi, pur ricordando talvolta (immagi­niamo non intenzionalmente) certe scene di Sen­ti chi parla, del 1989, serie di film con John Tra­volta, dove anche troviamo bebè senzienti. La prima persona alla quale Ralph si manife­sta nelle sue capacità straordinarie è la madre, che, seppur brevemente sconcertata, ne è subito fiera: “E così mia madre è diventata il mio pu­sher”, fornitrice, cioè, di libri che il bambino di­vora a ritmo sempre più veloce. “Mio padre era un post-strutturalista”, racconta, un professore universitario dalle grandi e frustrate ambizioni, disprezzato dal figlio per la sua mediocrità; dalla sua biblioteca la madre rifornisce il figlio, orientandone l’attitudine interpretativa. Il testo è fornito di una trama che cerca di condurre alla fine della lettura: il pupo viene portato da uno psicologo, “dobbiamo farlo vedere da un dotto­re”; da questi, che è una cattivissima dottoressa, viene subito rapito e portato in un piccolo vil­laggio abitato da scienziati che vogliono operare in segretezza; qui un’altra dottoressa, ancora cattiva, lo rapisce nuovamente, per subito per­derlo a favore di altri cattivi, questa volta di una branca non ufficiale del ministero della Difesa, poi da una coppia di buoni ma stupidi immigra­ti messicani; a questi viene sottratto da un prete pedofilo e infine, in una grande colluttazione riassuntiva, è recuperato dalla madre che si è or­mai separata dal marito mediocre; così il tutto finisce con un idillio madre-figlio, protetti dalla segretezza sull’eccezionalità del figlio: “Voglio bene a mia madre e anche lei me ne vuole”.

Farciscono il libro, oltre al Barthes reinventato, come filtrato da un’opaca fruizione dell’Europa da parte dell’America più autoreferenziale, dialo­ghi tra filosofi del linguaggio variamente assortiti, lunghe dissertazioni metaletterarie, poesie, sche­mi grafici di teorici della lingua, note di natura diversa ma soprattutto usate nella funzione di glos­sa al testo. Il contrasto fra gli accadimenti, che si mantengono a livello di immagini-quadro, distil­late dal repertorio più frusto delle fiction televisi­ve, e l’affabulazione iper-tecnicista, frammentata e ricomposta, alterata e piegata, direttamente precipitata sulle pagine dalle ricerche linguistiche strutturaliste e poststrutturaliste, sembra essere, vorticando attorno all’innocente-sapiente, il luo­go dove l’autore intende portare il lettore.

Federica Novaro, “Il personaggio Barthes”, L’Indice dei libri del mese, anno XXIV, n. 9, settembre 2007

Pubblicato il 6/9/2007 alle 17.30 nella rubrica recensioni.

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