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Glifo sul Corriere

Non è facile trovarsi ancora in fasce e sapere leggere e non è facile a quattro anni scrivere il primo romanzo, ma per Ralph, protagonista e autore, nella finzione, di Glifo, è un gioco da adulti sconcertante per il lettore. Che le pagine di Ralph siano poi dell’americano Percival Everett, classe 1956, autore di quattordici romanzi e da quest’anno pubblicato anche in Italia (tradotto da Marco Rossari), è un’altra storia: Ralph, bambino prodigio con un quoziente intellettivo stratosferico di 475 punti, è uno di quei narratori che assediano le vicende con deviazioni, poesie, note a pie’ di pagina, teoremi, citazioni nascoste e mise-en-abyme. Una di quelle voci narranti, insomma, che fa di tutto per perdere di vista la storia rallentandola o arricchendola, a seconda dei punti di vista, con continui interventi esterni che riflettono sulla vicenda in corso. E l’avventura di Ralph è quella di un neonato che per le sue capacità incredibili diventa oggetto del desiderio del mondo degli adulti e vittima di un vortice di rapimenti. Figlio dell’amata pittrice Eve e di un padre studioso “poststrutturalista fallito” che chiama Cicciobombo, il protagonista viene prelevato dall’isterica psicologa Steimmel che se lo vede rubare dal governo americano per cui diventa un agente segreto da infiltrare nelle centrali nucleari sotto le cure di Madame Nanna, una finta mamma pagata dal governo, e dal colonnello Bill “che faceva flessioni, addominali e saluti militari sempre in uniforme. Correva per tre miglia e poi faceva sei vasche a nuoto sempre in uniforme”. Personaggi surreali, contro cui l’unica arma di difesa del piccolo, che si rifiuta di parlare, è la scrittura: una materia che anima molte digressioni all’ombra delle teorie sui giochi linguistici di Ludwig Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche – una parte certo ostica, ma ben giustificata – e che prende in giro mostri sacri del pensiero critico, da una finta lettera di Jacques Derrida, a Roland Barthes, amico di famiglia dei genitori di Ralph, e personaggio irresistibile. La tessitura drammatica del libro di Everett è nelle corde di chi ama alcuni postmoderni – è più fruibile di Thomas Pynchon e meno maestoso ed estenuante di Dave Foster Wallace – e affascina proprio per le sue diverse velocità: se letta di seguito i frequenti stacchi alienano il lettore in riflessioni degne di un’ironica saggistica, se letta trasversalmente, seguendo la linea narrativa, rimane una vicenda vorticosa e unica nelle sue premesse. A ragione allora Ralph afferma: “Se mi è concesso, io dico che sono un sistema di lettura completo”, ma costruito sui ritmi musicali di un ottimo pezzo di jazz.
 
Alessandro Beretta, Corriere della Sera, 16 settembre 2007

Pubblicato il 7/10/2007 alle 11.12 nella rubrica recensioni.

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